Quando mi rialzerò?

Che hai a che fare con noi, Gesù? Che sei venuto a fare? Che c’entri con la nostra vita?

Giobbe non è contento della sua vita. È deluso, poiché, per circostanze avverse e non per sua colpa, sono falliti tutti i suoi progetti: si trova isolato dagli affetti più cari, povero di beni, colpito da una grave malattia. Eppure, si è comportato sempre bene verso gli uomini e verso Dio. E ora, forse, la cosa che più gli pesa di più: sente Dio lontano.

Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?.

Ecco cosa c’entra Gesù con la mia vita.

La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.

Gesù è venuto a rispondere alla domanda di Giobbe e di tutta l’umanità toccata dalla sofferenza e dalla delusione. È colui che mi fa alzare, prendendomi per mano. Non dicendomi cosa devo fare, dandomi consigli, facendomi notare quali sono i miei errori, ma prendendomi per mano: cioè toccando la mia sofferenza, facendosi carico della mia delusione, rimanendo con me.

Oggi va di moda la parola “resilienza”, la usano spesso per indicare il modo di reagire alle diverse crisi della nostra epoca. “Resilienza” indica la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Ma è una parola riservata solo per quelli forti, per quelli che ce la fanno, per quelli che non si spezzano. Il Vangelo invece dice “la fece rialzare”: in greco è lo stesso verbo della risurrezione. Potremmo dire: la fece risorgere. Insieme a tutti gli ammalati e indemoniati venuti da ogni parte e che riempivano la città.

Anche oggi le nostre città sono piene di coloro che non resistono agli urti e non riescono a superare i traumi dell’esistenza. Gesù prende per mano e rialza, cioè fa risorgere i deboli, quelli che non ce la fanno, quelli spezzati dalla fatica, dalla delusione, dalla sofferenza, dal peccato. E indicandoci il servizio come strada da percorrere, egli ci indica anche qual è la malattia da cui dobbiamo guarire: l’egoismo. Noi vorremmo che Gesù ci liberi dal male degli altri. Egli invece ci dice che siamo noi i malati.

Signore, da cosa ho bisogno di essere guarito oggi? Da quale situazione vorrei risorgere?

Alla fine della lunga giornata di Cafarnao troviamo il primo dialogo tra i discepoli e Gesù: «Tutti ti cercano!». Assecondare questa richiesta sembra la soluzione più logica. E invece Gesù ci sorprende, rispondendo: «Andiamocene altrove!».

A volte ci adattiamo al dolore e alla delusione, ci rassegniamo al fallimento e al peccato. E il mondo ci stordisce con il suo chiasso, lasciandoci a terra. Invece Gesù ci offre una possibilità nuova, a partire dall’eucaristia di oggi: «Andiamocene altrove!».

Domenica prossima capiremo cos’è e dov’è questo “altrove”. Nell’attesa, prendici per mano, Signore Gesù, e insegnaci ad amare. Suscita in noi la speranza di essere rialzati, di risorgere.

Un pensiero riguardo “Quando mi rialzerò?

  • 5 febbraio 2018 in 23:39
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    Riusciremo ad alzarci da una situazione di peccato, da uno stato d’ angoscia e  tristezza, solo se ci facciamo prendere per mano da Lui.
    Nessun’ altra possibilità, nessuna persona  o fonte di ricchezza ci può far davvero risollevare (“risorgere” a vita nuova) in maniera decisiva e totale, tutto il resto è palliativo, scorciatoie che portano solo ad una strada chiusa senza uscita.

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