Chiamati

All’inizio dell’eucaristia, facendo il segno della Croce, ricordiamo che non siamo venuti in chiesa di nostra iniziativa, ma perché chiamati, convocati, riuniti, invitati dal Padre e dal Figlio e dallo Spirito Santo. Per questo rimane un peccato grave non partecipare all’eucaristia domenicale: è il rifiuto a Dio che chiama. È il “no” che si oppone all’invito del Signore a stare con lui.

E infatti noi che abbiamo accolto questo invito, come il giovane Samuele, chiamato da Dio, abbiamo risposto: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.

Questo riguarda tutta la vita del cristiano: noi siamo chiamati! Tutti abbiamo ricevuto una vocazione nel battesimo. Come Pietro e Andrea, e Giovanni che era con loro. Guardando a cosa accadde in Galilea, quel giorno alle quattro del pomeriggio, possiamo dire che l’intera vita cristiana, dall’inizio alla fine, è una chiamata, cioè una vocazione. E ogni giorno dovremmo chiederci davanti al Vangelo: Signore, a cosa mi chiami oggi?

Altrimenti vivremmo un cristianesimo addormentato, che non produce frutti e che a un certo punto si spegnerà, come si è spento nel cuore di tanti nostri familiari e amici.

La parola, che il Signore ci dona oggi, si ferma a considerare il senso della chiamata, della vocazione cristiana.

Noi quando pensiamo alla “vocazione” o quando diciamo “è stato chiamato da Dio”, non pensiamo subito a cose belle. Abbiamo una visione distorta, che non corrisponde al Regno di Dio, ma al mondo. Pensiamo che Dio ci chiami per farci fare qualcosa, per diventare diversi da come siamo, per toglierci qualcosa o qualcuno che ci è caro. Ma la vocazione, non è la parola che il padrone rivolge al servo per ottenere qualche servizio. Dio non ragiona come noi. Non ci usa mai.

“Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?»”.

Dio non ci viene incontro per usarci o chiederci un servizio o toglierci qualcosa. Egli è venuto per servire e non per essere servito. La vocazione cristiana non è la chiamata di Dio a fare qualcosa per lui, ma la rivelazione che lui è venuto a fare qualcosa per noi. Per questo oggi ci chiede: “Che cosa cercate?”. Di cosa avete bisogno? Cosa posso fare per voi?”.

Non stiamo celebrando l’eucaristia per offrire qualcosa di noi a Dio, ma perché abbiamo bisogno che il Signore si offra per noi, perché noi possiamo avere la vita. Ecco il peccato grave di cui parlavo all’inizio, molto più che andare o non andare in chiesa la domenica: Dio mi offre la vita e io la rifiuto.

Allora Gesù è venuto a chiamarci, cioè a dirci chi siamo e come possiamo realizzare pienamente la nostra vita. È venuto a servirci, perché possiamo essere felici.

“Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete»”.

La nostra risposta è il desiderio di andare dietro a lui e di riconoscerlo come “il Maestro”, unico Signore della nostra vita, strada da percorrere e verità che rende liberi. La nostra risposta, alla possibilità di avere una vita bella, è il desiderio di rimanere con lui per ascoltare la sua Parola e partecipare alla sua mensa, all’eucaristia, nell’ora in cui egli fissa il suo sguardo su di noi. E ci ama.

Un pensiero riguardo “Chiamati

  • 25 gennaio 2018 in 1:11
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    Papa Francesco

    Cosa possiamo rispondere a chi dice che non serve andare a Messa nemmeno la Domenica perché l’importante è vivere bene e amare il prossimo?
    È vero che la qualità della vita cristiana si misura dalla capacità di amare,
    come ha detto Gesù:
    “…. tutti sapranno che siete miei discepoli se avete amore gli uni per gli altri”
    Ma come possiamo praticare il Vangelo senza attingere l’energia necessaria per farlo una Domenica dopo l’altra alla fonte inesauribile dell’Eucaristia?

    Non andiamo a Messa per dare qualcosa a Dio ma per ricevere da Lui ciò di cui abbiamo davvero bisogno.
    Noi cristiani abbiamo bisogno di partecipare alla Messa domenicale perché solo con la grazia di Gesù, con la Sua presenza viva in noi e tra di noi, possiamo mettere in pratica il Suo comandamento e così essere suoi testimoni credibili.

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