Lettera alla Caritas parrocchiale

Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”. (Luca 10, 30-37)

Carissimi fratelli e sorelle della Caritas parrocchiale,
nel giorno in cui il Papa ci invita a ricordare che al centro del nostro pensiero e del nostro agire ecclesiale devono avere il primato i poveri, e mentre ci rendiamo conto di quanto siamo mancanti nel vivere questa logica evangelica, vi ringrazio, poiché esprimete con la vostra vita, senza nascondere i limiti, la cura quotidiana della Carità, soprattutto verso gli ultimi.

Vi ringrazio perché, sentendovi chiamati dal Signore a questo speciale servizio, avete risposto, fidandovi di Dio. Senza particolari doti umane, senza specifiche competenze, senza conoscere nei dettagli la strada da percorrere. Tante istituzioni oggi si adoperano per assistere i più poveri, e forse sanno farlo meglio di noi. Ma noi non possiamo farne a meno, poiché è il nostro amore per Gesù a spingerci nelle strade del nostro tempo. È vero, allora, che la Carità è un grande atto di fede. Sì, la Carità, come ce la insegna la Chiesa, ha a che fare con la nostra fede: è innanzitutto esperienza di un dono ricevuto e la risposta coraggiosa al Signore che ci ha salvati.

In occasione della Prima Giornata Mondiale dei Poveri, papa Francesco ci insegna che «la povertà ci interpella ogni giorno con i suoi mille volti segnati dal dolore, dall’emarginazione, dal sopruso, dalla violenza, dalle torture e dalla prigionia, dalla guerra, dalla privazione della libertà e della dignità, dall’ignoranza e dall’analfabetismo, dall’emergenza sanitaria e dalla mancanza di lavoro, dalle tratte e dalle schiavitù, dall’esilio e dalla miseria, dalla migrazione forzata. La povertà ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro. Quale elenco impietoso e mai completo si è costretti a comporre dinanzi alla povertà frutto dell’ingiustizia sociale, della miseria morale, dell’avidità di pochi e dell’indifferenza generalizzata!».

Vorrei, allora, consegnarvi l’icona biblica del Samaritano, che, percorrendo la sua strada quotidiana, incontra un povero improvvisamente e inaspettatamente. Un uomo caduto in disgrazia, senza più nulla, ferito da molteplici esperienze fallimentari e abbandonato da tutti, come uno scarto improduttivo, che non soddisfa gli standard economici, sociali, morali del mondo. O semplicemente perché chi lo incontra non sa cosa fare e finge di non vedere e passa oltre.

Vi chiedo, allora, di aiutare tutti i figli e le figlie della nostra comunità parrocchiale: i giovani e gli adulti, gli anziani e i bambini. Aiutateci a ricordare che anche noi eravamo abbandonati alla morte, prima che il Signore Gesù ci richiamasse alla vita. Aiutateci a essere come il Samaritano del vangelo: uno che si trovava lì per caso e senza alcuna speciale qualità, uno che non amava i primi posti nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, uno che non finge di non vedere e non passa oltre. Aiutateci a compiere i suoi gesti d’amore semplice ed esemplare, compiendoli voi per primi.

«Un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione». In questi mesi in cui abbiamo incontrato – e soprattutto ascoltato – alcuni poveri, ci siamo accorti di quanto sia importante aprire gli occhi, le orecchie e il cuore al grido di chi chiede aiuto. Per questo è necessario osservare, studiare, contemplare il mondo che attraversiamo, e accorgerci delle persone che vi incontriamo. Con lo stesso sguardo di Gesù, la Compassione. Siamo tentati di giudicare e di condannare, di etichettare come “irrecuperabili” molti fratelli e sorelle. Invece, ci è chiesto di mettere il nostro cuore vicino al loro cuore, per sentirne la stanchezza, il dolore, la delusione, la paura, la desolazione, la disperazione.

«Gli si fece vicino». Questo sguardo nuovo sulla realtà ci permette di non fuggire nei facili giudizi o nelle consuete lamentazioni, ma di avvicinarci, di provare a camminare insieme, anche solo per un piccolo tratto di strada. Sporcandoci. Rischiando di esserne feriti. Perdendo tempo. Rimanendo in silenzio. Come Dio, tante volte, ha fatto con ciascuno di noi.

Solo dopo l’ascolto, la compassione, la prossimità il Samaritano «gli fasciò le ferite», provando a rispondere a un immediato bisogno, a risolvere un’emergenza, sperando di evitare il peggio, preoccupandosi dell’essenziale.

Ma la salvezza richiede ancora tre gesti. Bisogna farsi carico del grido dei poveri, come qualcosa che ci riguarda: «lo caricò sulla sua cavalcatura». Imparando a stare al passo con gli ultimi, a modificare i nostri progetti e rivedere i nostri linguaggi, i nostri stili di vita, i nostri desideri, il rapporto con le nostre idee e con la nostra “roba”. In una civiltà che impone il ritmo del “chi si ferma è perduto”, anche se si tratta di abbandonare moribondi per la strada o in mare. Nel mondo che ci insegna che “chi tardi arriva male alloggia” e quindi devi correre senza curarti di nessuno, a qualsiasi costo.

Poi «lo portò in un albergo». Gli interpreti della Scrittura hanno sempre visto in questo luogo la comunità cristiana, il coinvolgimento dei fratelli e delle sorelle. La salvezza passa per questo albergo, che è la Chiesa, verso la quale i poveri vanno accompagnati, affinché possano riconoscersi amati dal Signore. Questa comunità, che è la Chiesa, che deve imparare ad essere accogliente verso tutti, affinché l’amore di Cristo tocchi realmente la carne e la storia delle persone, salvandole. È il duplice richiamo. Alla Chiesa, perché accolga i poveri. Ai poveri, perché si lascino abbracciare da Gesù, attraverso la Chiesa.

Infine «si prese cura di lui», uscendo dall’indifferenza, rallentando il cammino, pagando di persona. Questa è una bella immagine della Chiesa, che è chiamata a compiere i sette gesti del Samaritano: una comunità di fratelli e di sorelle, in cui le ferite della povertà e della paura, del limite e del peccato, non impediscono di prendersi cura gli uni degli altri.

La Chiesa ci svela che quel Samaritano è in realtà lo stesso Gesù, venuto nel mondo a compiere le stesse opere di Dio. Nella liturgia diciamo: «Ancor oggi, come buon samaritano, viene accanto ad ogni uomo, piagato nel corpo e nello spirito e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza», il quale ancora oggi ci provoca: «Va’ e anche tu fa’ così».

Grottammare, 18 novembre 2018
Giornata mondiale dei Poveri

don Dino, parroco

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