Se vuoi, puoi purificarmi!

Abbiamo percorso un bel tratto di strada in queste prime domeniche del tempo ordinario. La scoperta di un Dio che è venuto a servirci e non ad essere servito, che è venuto a renderci felici e non a chiederci sacrifici, che è venuto a colmare vuoti, a toccare la nostra realtà, a camminare con noi: per liberarci dal male e consolarci, per guarirci, per rialzarci, per salvarci, per darci la vita, per farci risorgere, per spingerci oltre.

Ci siamo interrogati su quali fossero i nostri desideri di liberazione, di guarigione, di risurrezione, perché Gesù Cristo ha la pretesa di poterli accogliere e realizzare. Egli ci chiede di camminare dietro a lui e di accogliere operosamente il suo Vangelo. Ecco cosa significa essere cristiani: lasciarsi toccare e interrogare dal Vangelo e provare a viverlo ogni giorno, per essere finalmente liberi e definitivamente felici.

Oggi tutto questo si compie nella vita di un lebbroso che domanda a Gesù: «Se vuoi, puoi purificarmi!», cioè puoi togliere da me i segni di morte. Sui malati di lebbra la Legge era chiara: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori» (cfr. Lv 13,1-2.45-46). La lebbra era un male che portava alla morte attraverso il disfacimento progressivo del corpo, pezzo dopo pezzo. Ma soprattutto, a causa del facile contagio, essa costringeva all’isolamento da tutti, come un anticipo di morte.

Nel lebbroso vediamo il frutto del peccato, che è la morte. Vediamo, in anticipo, dove vanno a finire le nostre pretese di autosufficienza. Dove andiamo a finire quando escludiamo Dio dalla nostra vita. La vita, semplicemente, diventa invivibile e noi perdiamo noi stessi, pezzo dopo pezzo.

Papa Francesco ci invita ad aprire gli occhi sulla realtà, alla luce del vangelo, per riconoscere il male e per individuare le piaghe mortifere di questo nostro tempo. Innanzitutto, l’esasperazione dell’economia, che esclude i deboli. «Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa» (EG 53). Così, l’essere umano diventa un bene di consumo da usare e poi gettare. Questo conduce progressivamente alla globalizzazione dell’indifferenza: «Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro» (EG 54). Ma quando si abbandona Dio, il Padre, ci si sacrifica a tutti gli altri idoli: al denaro, al proprio ego, a tutto ciò che è esteriore, immediato, visibile, veloce, superficiale, provvisorio. Il reale cede il posto all’apparenza.

Queste piaghe ne provocano altre: quali la paura, l’aggressività, la gelosia, la discordia, le divisioni, le fazioni, le invidie, i tradimenti, le fughe dalla realtà attraverso sostanze, l’abitudine al peccato. Fino ad aver paura di tutto e a non fidarci più di nessuno. Isolati nelle nostre illusioni. Come lebbrosi, come morti. Abbiamo dimenticato i gesti compiuti dal Signore oggi: avere compassione, tendere la mano e toccare la sofferenza altrui.

È necessario riconoscere la nostra debolezza, le nostre ferite e il nostro peccato, anziché mascherarci da forti, sani e belli. È necessario metterci in ginocchio davanti a Gesù, cioè riconoscerlo come l’unico Signore e Maestro della nostra vita, invece che metterlo tra le possibili cose da fare.

«Egli ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato».